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1847 - CASSA CONTI FRATELLI GREPPI - Lire Au 180,34 FIRMA GREPP A. - MILANO

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1847 - CASSA CONTI FRATELLI GREPPI - Lire Au 180,34 FIRMA GREPP A. - MILANO

PREGEVOLE E RARO DOCUMENTO PROVENIENTE DALLA NOTA CASSA DI MILANO
Fronte arricchito da stemma centrale, su carta filigranata. Riporta la firma di Antonio Greppi coinvolto nelle Cinque Giornate di Milano insurrezione armata avvenuta tra il 18 e il 22 marzo 1848.

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Description

Le Cinque giornate di Milano furono un'insurrezione armata avvenuta tra il 18 e il 22 marzo 1848 nell'allora capitale del Regno Lombardo-Veneto che portò alla temporanea liberazione della città dal dominio austriaco.

Fu uno dei moti liberal-nazionali europei del 1848-1849, nonché uno degli episodi della storia risorgimentale italiana del XIX secolo, preludio all'inizio della prima guerra d'indipendenza italiana: la rivolta, infatti, influenzò le decisioni del re di Sardegna Carlo Alberto che, dopo aver a lungo esitato, approfittando della debolezza degli Austriaci in ritirata, dichiarò guerra all'Impero austriaco.

Nel 1848 Milano era capitale del Regno Lombardo-Veneto, parte dell'Impero austriaco. Nella città il malcontento era diffuso da tempo, come dimostrarono nel 1846 le scene di gioia seguite all'elezione al soglio pontificio di papa Pio IX, le cui prime decisioni politiche (come l'introduzione di una maggiore libertà di stampa[5]) sembrarono incarnare una svolta politica e sociale rispetto ai papi precedenti e ai criteri della Restaurazione.[6]

La tensione tra milanesi e austriaci (gli 8.000 soldati della guarnigione austriaca erano agli ordini dell'ottantaduenne generale Josef Radetzky, comandante anche di tutte le truppe austriache nel Lombardo-Veneto)[7], crebbe con il passare dei mesi: ogni gesto della parte avversaria veniva interpretato negativamente, come una provocazione se fosse stato aggressivo (come furono molte azioni ordinate dal poliziotto austriaco Luigi Bolza) o come un segno di debolezza se, al contrario, i gesti risultassero di natura pacifica e moderata.[8]

Nel settembre 1847 fece il suo ingresso in città il nuovo arcivescovo Carlo Bartolomeo Romilli, che sostituiva l'austriaco Karl Kajetan von Gaisruck; i festeggiamenti per la nomina di un arcivescovo italiano, con un insistente canto dell'inno a Pio IX, provocarono la reazione della polizia, che caricò la folla in piazza Fontana, uccidendo un milanese e ferendone altri[9]. Nello stesso periodo gli animi iniziarono ad infiammarsi in seguito all'arrivo di notizie circa i moti di ribellione calabresi e divenne di moda indossare cappelli tronco-conici detti alla calabrese[10] o anche all'Ernani[11], rifacendosi al protagonista dell'opera di Verdi letta in chiave antiaustriaca[12].

Nei primi giorni del gennaio 1848, per protestare contro l'amministrazione austriaca, i milanesi decisero di non fumare più, volendo in tal modo colpire le entrate erariali provenienti dalla tassa sul tabacco. Per tutta risposta il comando austriaco ordinò ai soldati di andare per strada fumando ostentatamente sigari[8], aggredendo i passanti e forzandoli a fumare. I soldati furono anche provvisti di abbondanti razioni di acquavite e negli alterchi con i cittadini non esitarono ad usare le daghe. Al termine di tre giorni di reazione austriaca allo sciopero, si contarono 6 morti e oltre 80 feriti fra i milanesi.[9] Il militare austriaco Karl Schönhals, nelle sue memorie, riferisce che le prime violenze, che fecero degenerare il clima di tensione dovuto alle minacce che si rivolgevano a chiunque osasse fumare o giocare al lotto, vennero avviate il 3 gennaio dai membri del club gravitante intorno alla Pasticceria Cova. Questi passarono dall'insultare fino all'assalire con le pietre i militari che andavano in giro a fumare i sigari, in particolare i granatieri italiani che ne fumavano allegramente due alla volta.[13]. A scontri ultimati, Josef Radetzky ricevette da Gabrio Casati un resoconto in cui si tentava di far passare i cittadini come pacifici e i soldati come provocatori, pretendendo che questi ultimi smettessero di fumare per strada, ma il Feldmaresciallo respinse quella pretesa.[13]

La rivolta di Palermo del 12 gennaio e la conseguente decisione del re Ferdinando II di concedere la Costituzione, cui seguirono ai primi di febbraio la promulgazione dello Statuto Albertino e la concessione di costituzioni nel Granducato di Toscana e nello Stato Pontificio, fecero salire a livelli ancora più alti la tensione a Milano.[14] Proseguendo le manifestazioni di malcontento nel vicereame, il 22 febbraio venne promulgata in tutto il Lombardo Veneto la Legge Stataria, che rimuoveva le garanzie per gli imputati ai processi e, secondo l'articolo 10, prescriveva che "non ha luogo né ricorso né supplica di grazia" contro la sentenza del giudice. Tuttavia le manifestazioni proseguirono, e a Radetsky fu impedito di utilizzare le truppe per ripristinare l'ordine a causa dei sanguinosi fatti legati alla repressione dello sciopero del fumo.

moti del 1848 toccarono anche la stessa Vienna (ove il 15 marzo Ferdinando I firmò una costituzione) e Berlino, lasciando intravedere ai milanesi che era possibile un radicale cambiamento anche nel Regno Lombardo-Veneto. Mentre a Milano si diffondevano le notizie della concessione di alcune riforme nei diversi Stati della penisola, il governatore Spaur e il viceré Ranieri Giuseppe si spostarono nella più tranquilla Verona.[15]

Le Cinque giornate di Milano furono un'insurrezione armata avvenuta tra il 18 e il 22 marzo 1848 nell'allora capitale del Regno Lombardo-Veneto che portò alla temporanea liberazione della città dal dominio austriaco.

Fu uno dei moti liberal-nazionali europei del 1848-1849, nonché uno degli episodi della storia risorgimentale italiana del XIX secolo, preludio all'inizio della prima guerra d'indipendenza italiana: la rivolta, infatti, influenzò le decisioni del re di Sardegna Carlo Alberto che, dopo aver a lungo esitato, approfittando della debolezza degli Austriaci in ritirata, dichiarò guerra all'Impero austriaco.

Nel 1848 Milano era capitale del Regno Lombardo-Veneto, parte dell'Impero austriaco. Nella città il malcontento era diffuso da tempo, come dimostrarono nel 1846 le scene di gioia seguite all'elezione al soglio pontificio di papa Pio IX, le cui prime decisioni politiche (come l'introduzione di una maggiore libertà di stampa[5]) sembrarono incarnare una svolta politica e sociale rispetto ai papi precedenti e ai criteri della Restaurazione.[6]

La tensione tra milanesi e austriaci (gli 8.000 soldati della guarnigione austriaca erano agli ordini dell'ottantaduenne generale Josef Radetzky, comandante anche di tutte le truppe austriache nel Lombardo-Veneto)[7], crebbe con il passare dei mesi: ogni gesto della parte avversaria veniva interpretato negativamente, come una provocazione se fosse stato aggressivo (come furono molte azioni ordinate dal poliziotto austriaco Luigi Bolza) o come un segno di debolezza se, al contrario, i gesti risultassero di natura pacifica e moderata.[8]

Nel settembre 1847 fece il suo ingresso in città il nuovo arcivescovo Carlo Bartolomeo Romilli, che sostituiva l'austriaco Karl Kajetan von Gaisruck; i festeggiamenti per la nomina di un arcivescovo italiano, con un insistente canto dell'inno a Pio IX, provocarono la reazione della polizia, che caricò la folla in piazza Fontana, uccidendo un milanese e ferendone altri[9]. Nello stesso periodo gli animi iniziarono ad infiammarsi in seguito all'arrivo di notizie circa i moti di ribellione calabresi e divenne di moda indossare cappelli tronco-conici detti alla calabrese[10] o anche all'Ernani[11], rifacendosi al protagonista dell'opera di Verdi letta in chiave antiaustriaca[12].

Nei primi giorni del gennaio 1848, per protestare contro l'amministrazione austriaca, i milanesi decisero di non fumare più, volendo in tal modo colpire le entrate erariali provenienti dalla tassa sul tabacco. Per tutta risposta il comando austriaco ordinò ai soldati di andare per strada fumando ostentatamente sigari[8], aggredendo i passanti e forzandoli a fumare. I soldati furono anche provvisti di abbondanti razioni di acquavite e negli alterchi con i cittadini non esitarono ad usare le daghe. Al termine di tre giorni di reazione austriaca allo sciopero, si contarono 6 morti e oltre 80 feriti fra i milanesi.[9] Il militare austriaco Karl Schönhals, nelle sue memorie, riferisce che le prime violenze, che fecero degenerare il clima di tensione dovuto alle minacce che si rivolgevano a chiunque osasse fumare o giocare al lotto, vennero avviate il 3 gennaio dai membri del club gravitante intorno alla Pasticceria Cova. Questi passarono dall'insultare fino all'assalire con le pietre i militari che andavano in giro a fumare i sigari, in particolare i granatieri italiani che ne fumavano allegramente due alla volta.[13]. A scontri ultimati, Josef Radetzky ricevette da Gabrio Casati un resoconto in cui si tentava di far passare i cittadini come pacifici e i soldati come provocatori, pretendendo che questi ultimi smettessero di fumare per strada, ma il Feldmaresciallo respinse quella pretesa.[13]

La rivolta di Palermo del 12 gennaio e la conseguente decisione del re Ferdinando II di concedere la Costituzione, cui seguirono ai primi di febbraio la promulgazione dello Statuto Albertino e la concessione di costituzioni nel Granducato di Toscana e nello Stato Pontificio, fecero salire a livelli ancora più alti la tensione a Milano.[14] Proseguendo le manifestazioni di malcontento nel vicereame, il 22 febbraio venne promulgata in tutto il Lombardo Veneto la Legge Stataria, che rimuoveva le garanzie per gli imputati ai processi e, secondo l'articolo 10, prescriveva che "non ha luogo né ricorso né supplica di grazia" contro la sentenza del giudice. Tuttavia le manifestazioni proseguirono, e a Radetsky fu impedito di utilizzare le truppe per ripristinare l'ordine a causa dei sanguinosi fatti legati alla repressione dello sciopero del fumo.

moti del 1848 toccarono anche la stessa Vienna (ove il 15 marzo Ferdinando I firmò una costituzione) e Berlino, lasciando intravedere ai milanesi che era possibile un radicale cambiamento anche nel Regno Lombardo-Veneto. Mentre a Milano si diffondevano le notizie della concessione di alcune riforme nei diversi Stati della penisola, il governatore Spaur e il viceré Ranieri Giuseppe si spostarono nella più tranquilla Verona.[15]

Gruppi insurrezionali[modifica | modifica wikitesto]

Ricostruzione di una barricata durante le celebrazioni del centenario delle Cinque giornate

I milanesi ostili al dominio austriaco potevano considerarsi suddivisi in tre gruppi, ideologicamente separati per ispirazione politica ed obiettivi perseguiti, ed erano spesso fra loro in disaccordo, mancando in quel momento coordinazione. I tre gruppi si componevano di:

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Venerdì 17 marzo si diffuse in città la notizia delle dimissioni di Metternich a seguito della insurrezione popolare a Vienna. La notizia spinse a decidere di approfittare dell'occasione per organizzare il giorno successivo una grande manifestazione pacifica davanti al palazzo del governatore (nell'attuale piazza Mercanti) per richiedere alcune concessioni tese a dare maggiore autonomia a Milano e alla Lombardia: abrogazione delle leggi più repressive, libertà di stampa, scioglimento della polizia, deferimento al comune di Milano della responsabilità sull'ordine pubblico e istituzione di una Guardia Civica agli ordini della municipalità.[14]

I primi combattimenti[modifica | modifica wikitesto]

Barricata eretta per bloccare una strada e i rivoltosi in armi a suo presidio (stampa d'epoca)
Combattimento in un cortile fra i milanesi e i "Cacciatori Tirolesi"(stampa d'epoca)
Acquerello di Felice Donghi del 1848 che mostra una delle barricate erette a Milano durante le Cinque giornate

Il 18 marzo 1848 la manifestazione pacifica ben presto si trasformò in un assalto:[16] O'Donell[17], rappresentante del governatore Spaur, venne costretto a firmare una serie di concessioni e in tutta Milano cominciarono i combattimenti in strada.[18]

Colto alla sprovvista, Radetzky si rinchiuse con i suoi 8.000 uomini nel Castello Sforzesco (allora poco più che un grande quadrato senza il perimetro esterno demolito da Napoleone e separato dalla città da uno spiazzo vuoto) e ordinò di riprendere il palazzo del governatore, sperando anche di catturare in esso i capi della rivolta, che invece si erano trasferiti in una casa di via Monte Napoleone, motivo per cui fallì anche una retata nella sede dell'arcivescovado. Radetzky comunque non era assediato; poteva infatti muovere i suoi uomini (saliti col tempo a 18.000/20.000), isolando la città dall'esterno; era inoltre in possesso di quasi tutti gli edifici pubblici, delle caserme, degli uffici di polizia e del Duomo, dal cui tetto gli Jäger sparavano ai rivoltosi che capitavano nella loro area di tiro.[7]

La situazione degli Austriaci non era comunque delle migliori. Già il 19 marzo i milanesi avevano allestito circa 1.700 barricate, difese anche dalle finestre e dai tetti delle abitazioni, che a volte vennero private dei muri per creare vie di comunicazione più veloci. La scarsità di armi da fuoco portò i milanesi a usare i fucili esposti nei musei e ad assegnarli solo ai tiratori più esperti. Le strade vennero dissestate e cosparse di ferri e vetri per rendere impossibile l'azione della cavalleria. Il 20 marzo Radetzky diede ordine a tutti i distaccamenti sparsi per Milano di trincerarsi nel castello e di mantenere il controllo della cinta muraria[19], permettendo così a Luigi Torelli e Scipione Bagaggia di salire sul Duomo per porre simbolicamente il tricolore italiano sulla guglia della Madonnina.[20]

Il consiglio di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Manifesto con appello alla gioventù milanese emesso dal Comitato di difesa il 20 marzo

Il 20 marzo si fondò un consiglio di guerra, con sede a Palazzo Taverna (per iniziativa di Enrico Cernuschi, Giulio Terzaghi, Giorgio Clerici e Carlo Cattaneo), che prese il comando effettivo delle operazioni e, nella notte tra il 21 e il 22 marzo, nacque il Governo provvisorio presieduto dal podestà Gabrio Casati (il segretario era Cesare Correnti)[20]. La resistenza fu organizzata costruendo mongolfiere per poter inviare in tutta sicurezza messaggi fuori le mura; agli astronomi fu detto di sorvegliare il nemico da torri e campanili, gli impiegati del catasto e gli ingegneri vennero consultati per sapere come meglio muoversi in città, e divennero famosi i Martinitt ("piccoli martini", dal nome dell'orfanotrofio in cui vivevano), che funsero da staffette portaordini.[21]

Tra la fine del terzo giorno di lotta e l'inizio del quarto la situazione era entrata in stallo: le truppe austriache salde sulle loro posizioni (ma senza edifici capaci di ospitare tutti i soldati e consci che la perdita di una sola porta avrebbe vanificato l'assedio)[22] e i milanesi relativamente sicuri per le strade, ma a corto di rifornimenti. Radetzky inviò quindi un'offerta di tregua, che divise il Consiglio di guerra tra moderati e democratici.

Casati e i nobili chiedevano ad alta voce l'accettazione dell'armistizio e la chiamata in causa del re di Sardegna Carlo Alberto (con cui già aveva parlamentato il conte Enrico Martini, il quale riferì al Consiglio, il 21 marzo, di averne ricevuto una risposta i

Product Details

Place of issue
Milano
Year of issue
1847
Nation of issue
Regno Lombardo Veneto
Rarity Index
R6
Quotation Index
S5

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