1924 - CREDITO BIELLESE - BIELLA
1924 - CREDITO BIELLESE - BIELLA

1924 - CREDITO BIELLESE - BIELLA

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Certificato nominativo comulativo di 50 azioni da 50 lire ciascuna emesso a Biella il 1 Dicembre 1924. Specca in alto lo stemma comunale in cui si evidenzia un orso siambolo di forza e audacia, davanti ad un faggio che si trova facilmente nei boschi biellesi. Nella parte centrale in basso spicca il logo della società. Il Credito Biellese costituito nel 1919 per sostenere le opere cattoliche, in realtà impoverì le istituzioni diocesane che avevano promosso la sua costituzione e dichiarò fallimento nel 1927.

Descrizione

I rapporti tra Chiesa e società nel Biellese dal 1922 al 1940*


Il Partito popolare e l'avvento del regime 

All'avvento del regime fascista, la situazione politica del Biellese era caratterizzata da una considerevole attività delle forze cattoliche all'interno di una regione guidata da amministrazioni per la maggior parte di ispirazione socialista. 
Il Partito popolare italiano, fondato da don Luigi Sturzo nel 1919, trovò numerosi attivisti ed alle elezioni di novembre dello stesso anno il partito cattolico (che contava undici sezioni sparse sul territorio biellese più la sezione di città) ottenne circa 3.500 voti. 
All'indomani della marcia su Roma che portò il Partito fascista al potere, il Partito popolare biellese ritenne opportuno, nella grave situazione politica del momento, giungere ad un accordo con Mussolini perché solo l'opera di avvicinamento e di collaborazione con la emergente forza fascista avrebbe permesso di superare la crisi politica e sociale venutasi a creare. La decisione di stringere accordi con il Partito fascista fu assunta il 29 ottobre 1922, in occasione del convegno dei popolari biellesi che si svolse a Biella. Dopo gli interventi di alcuni esponenti del partito, quali l'onorevole Pestalozza e l'avvocato Giovanni Viola che affermarono l'assoluta necessità di allearsi, per il bene di tutti, con il Partito fascista, venne approvato per acclamazione l'ordine del giorno che sanciva la volontà di accordo con i fascisti, con la speranza che dalla collaborazione nascesse un governo che "governando realmente ed affrettando il ritorno dell'impero della legge e della pace", salvasse l'Italia1
I popolari biellesi, tuttavia, tennero a precisare, sulla linea delle affermazioni di De Gasperi alla Camera nel novembre 1922, che prendevano nettamente le distanze dal Partito fascista, dichiarando come il Partito popolare avesse proceduto con opera di critica e con propositi di legale trasformazione contro il precedente Stato "accentratore e monopolizzatore", responsabile della paralisi statale, anziché con azione violenta e prepotente come aveva fatto il Partito fascista2
La decisione di accettare la collaborazione con il Partito fascista ovviamente contribuì ad alimentare i contrasti e le polemiche con i partiti della sinistra, i quali accusarono i popolari di essere giunti a tale decisione esclusivamente per sete di potere. 
I popolari biellesi si difesero dalle accuse giustificando necessario in quel momento operare attivamente piuttosto che ritirarsi dalla scena politica e rimanere semplici spettatori3
La polemica non rimase a livello di discussione politica e raggiunse toni molto aspri con reciproci scambi di offese personali e violenti insulti4
Nel Biellese, inizialmente, molti di coloro che entrarono a far parte del Partito popolare, non furono spinti dalla speranza di vedere realizzate in esso le istanze e le aspettative dei cattolici; molti cattolici videro piuttosto il Partito popolare come uno strumento ideale per arginare e ridimensionare la "marea socialista" che negli anni precedenti l'avvento del fascismo "minacciava di straripare per tutto sommergere"5. Il Partito popolare, in effetti, alle elezioni del 1924 ottenne un numero minore di voti rispetto alle elezioni del 1921, ed una delle cause del cedimento fu riscontrata dai popolari stessi nel fatto che molte preferenze andate al partito cattolico nelle elezioni precedenti erano state dirottate sul Partito fascista, poiché era quello il partito che meglio di tutti avrebbe potuto sconfiggere il bolscevismo6
I propositi di contribuire alla normalizzazione della vita pubblica, al completo ritorno dell'ordine, al rispetto della legge e delle libertà civili, erano vivamente sentiti dai popolari biellesi, ma l'azione politica risentì notevolmente della loro ristretta visione della realtà politica e sociale, sintetizzata immancabilmente nel contrasto fra cattolici e laici da una parte e socialisti dall'altra. 
La battaglia impostata e vinta dal Partito popolare per l'applicazione del principio della proporzionale in materia elettorale, fu esaltata dai popolari biellesi come una grande vittoria contro il pericolo socialista; il quotidiano fascista "Il Giornale d'Italia" venne attaccato polemicamente poiché non riconosceva i meriti del Partito popolare nella lotta intrapresa contro il bolscevismo7; le elezioni comunali di Biella, alle quali i socialisti non parteciparono a causa del clima impossibile in cui avrebbero dovuto svolgere la loro campagna elettorale8, furono considerate dai popolari una grande condanna "di quella suprema e genuina forma di antipatriottismo e di antiitalianità", come da loro veniva considerato il socialismo9
Il Partito popolare biellese, di conseguenza, durante i primi anni della sua esistenza, rimase in parte al di fuori delle vicende che videro protagonista il partito di don Sturzo a livello nazionale, in quanto, orientato verso un netto contrasto con i socialisti, veniva a seguire di riflesso gli indirizzi del Vaticano, il quale, già dalle elezioni comunali del 1920, premeva affinché i cattolici appoggiassero un blocco di tutti i partiti contro la sinistra per impedire ai socialisti di ottenere il controllo di molte amministrazioni locali dell'Italia settentrionale10
Neppure il Congresso popolare di Torino, svoltosi nell'aprile 1923, nel quale affiorarono le spaccature all'interno del partito, e che secondo il giornale cattolico "Il Biellese", riaffermò "l'unità e l'autonomia del Partito per la restaurazione nazionale"11, influenzò minimamente l'indirizzo politico dei popolari biellesi. 
La campagna di violenza fisica contro organizzazioni cattoliche, le minacce di rappresaglia contro il clero a causa dell'opposizione politica di don Sturzo, che portarono alle dimissioni da segretario di partito del fondatore del Partito popolare stesso, non interessarono il territorio biellese. In città e nel circondario di Biella nessuna sezione aderì al movimento di secessione (fatta eccezione per Andorno, paese natale dell'onorevole Pestalozza), così come non ci fu nessuna adesione, neppure personale12. Il 26 aprile 1923 la sezione di Biella emise un comunicato in cui riaffermò "la piena solidarietà con l'atteggiamento assunto dal Gruppo parlamentare in ordine alla collaborazione con il governo e la fede nel programma13. "Sagge" furono definite, nel luglio, le direttive del partito di mantenere la fiducia politica nel governo fascista14

Le elezioni del 1924 

Alle elezioni politiche del 1924 il Partito popolare si presentò disunito, in seguito alla scissione avvenuta alla Camera in occasione della legge elettorale. Al momento della votazione, contrariamente a quanto il Partito popolare aveva stabilito, alcuni deputati non si astennero e votarono a favore della legge Acerbo. Essi vennero immediatamente espulsi dal partito e, nel 1924, formarono il Centro nazionale italiano ed appoggiarono il listone fascista. 
I popolari condussero la loro propaganda elettorale sotto il peso della violenza fascista, ma anche molti vescovi e cardinali mostrarono chiare tendenze filofasciste15
Il Vaticano aveva dichiarato, all'inizio della campagna elettorale, che non aveva niente a che fare con alcun partito politico, aggiungendo, a quelle dichiarazioni, riferimenti all'Azione cattolica ed alla sua apoliticità, all'adesione ad essa come dovere di ogni cattolico. 
Gli interventi del Vaticano, che vedevano certamente nel Partito popolare un ostacolo all'intesa fra S. Sede e Stato, contribuirono ad influenzare l'elettorato ed il partito di Sturzo ne risentì negativamente16
Nel Biellese, il vescovo, monsignor Giovanni Garigliano, si attenne scrupolosamente alle direttive impartite dalla S. Sede che imponevano assoluta imparzialità nei confronti dei partiti politici. In occasione delle adunanze del clero diocesano si trattò del contegno da tenersi nelle imminenti elezioni, improntato alle regole di prudenza e di riservatezza rese necessarie dal proprio stato sacerdotale. "Avvicinandosi però il giorno delle elezioni - disse il vescovo rivolgendosi ai sacerdoti - ed essendo, per forza di cose, inevitabile una maggiore agitazione di animi, stimo conveniente rinnovare un cenno sulla volontà espressa da S. Santità, che tutti coloro i quali rappresentano in qualche modo e misura gli interessi della religione, si attengano alle regole della più stretta prudenza, evitando anche le sole apparenze di atteggiamenti e favoreggiamenti di partito politico, comunque questo si denomini, e subordinando, se è il caso, anche le loro personali vedute agli alti doveri e alle delicate esigenze del loro sublime ministero"17
Può anche non essere un caso, inoltre, che la lettera pastorale del 1924, del vescovo al clero per la quaresima, trattasse dell'Azione cattolica. In essa monsignor Garigliano, invitando tutti i fedeli ad aderire ai circoli che si andavano creando nelle parrocchie della diocesi "onde accrescerne le schiere", affermava, riprendendo una lettera del cardinale segretario di Stato, che l'attività dei cattolici organizzati non era politica ma essenzialmente religiosa e che i principi cattolici, continuamente combattuti dal mondo, non potevano essere difesi nel modo più opportuno se non dall'Azione cattolica18
I popolari biellesi svilupparono la loro propaganda elettorale senza porsi in antitesi con il Partito fascista, così che evitarono il crearsi di un clima di violenza e di ostilità nei loro confronti da parte delle squadre fasciste. 
Il Partito popolare biellese prese le distanze dal Partito fascista evidenziando le differenze di principi a cui si ispiravano i due partiti politici, di finalità e di programma; non giunse tuttavia da quello a dichiarare la sua ostilità al fascismo, riconoscendone anzi i meriti per le buone riforme che aveva fino ad allora operato e la piena legittimità a guidare anche per il futuro le sorti del paese19
L'intenzione dei popolari biellesi non fu pertanto quella di ingaggiare una battaglia elettorale con il Partito fascista. Le forze dei due partiti, che erano troppo diverse, portavano il Partito fascista a lottare per i suffragi "in alto, al primo piano", mentre i popolari si battevano fuori da quell'orbita, "in basso", augurandosi di poter ottenere nell'ambito dei posti riservati alle minoranze, "con le liste bis", il maggior numero di mandati elettorali che permettesse loro di fronteggiare più agevolmente "i nemici della religione e dell'ordine"20
I popolari si appoggiarono per la loro campagna elettorale soprattutto al locale giornale cattolico "Il Biellese", la cui diffusione aveva raggiunto sul territorio livelli notevoli, ma i continui riferimenti ad articoli dell' "Osservatore Romano" e del "Popolo" di Roma, che "Il Biellese" accoglieva in prima pagina, portarono alla conseguenza di far conoscere alla popolazione biellese, più la posizione assunta dal Vaticano che non quella del Partito popolare. La dichiarata imparzialità della Chiesa di fronte a scelte di partito; il distacco con cui veniva trattato il Partito popolare italiano; le positive considerazioni sul governo di Mussolini, il cui mantenimento veniva considerato opportuno, utile, "anzi necessario", e la "deferenza sincera" verso di esso; l'apprezzamento nei confronti del Partito fascista che reggeva le sorti del Paese ed allineava tra le sue file validi personaggi politici che provenivano dalle file popolari21; influirono probabilmente nelle scelte dell'elettorato, nonostante una intensa campagna di propaganda "visiva", ma non commentata, verso cui si orientarono i popolari biellesi durante gli ultimi giorni che precedettero le elezioni. 
I popolari biellesi, pertanto, magnificati e celebrati, più dei meriti propri, quelli del Partito fascista e l'opera da esso svolta; non appoggiati dal clero locale (invitato a votare perché l'astensione dei "buoni" non nuoceva alla lista ministeriale, sicura della propria vittoria, ma facilitava il prevalere delle minoranze socialiste massoniche)22, subirono inevitabilmente un calo di forza rispetto alle elezioni del 1921. 
Le cause della sconfitta furono indicate dai popolari, oltre che inevitabilmente nella nuova legge elettorale, nei molti voti che il partito aveva ottenuto nelle elezioni precedenti da coloro che temevano l'avanzata socialista e vedevano nel Partito popolare uno strumento per arrestarla, e che ora erano andati al Partito fascista, essendo quello il più idoneo a difendere la nazione dal "pericolo rosso". Una ulteriore causa veniva individuata nel giornale "Il Momento" che, secondo i popolari biellesi, "tradì la causa del Partito popolare italiano"23

Una posizione "equidistante" 

La crisi che si aprì nel paese in seguito all'omicidio di Matteotti e che si protrasse fino al 1925, determinò un cambiamento di linea politica anche per il Partito popolare biellese. Fu appoggiata la tesi politica di De Gasperi, che auspicava un accordo con i socialisti moderati, che avrebbe permesso di affrettare l'allontanamento di Mussolini e la formazione di un governo di centro, e con il Partito socialista, depurato degli elementi rivoluzionari, che avrebbe consentito la restaurazione costituzionale nel paese. 
De Gasperi venne anche a Biella, dove tenne un importante discorso nel teatro della Casa del popolo ed in cui affermò l'opposizione ormai intransigente del Partito popolare al regime fascista fondato sulla illegalità e sulla violenza24
I popolari biellesi strinsero accordi con i socialisti e gli altri gruppi di opposizione, e con essi operarono congiuntamente spinti dal proposito di vedere al più presto realizzata opera di giustizia "piena e liberatrice" e di riaffermare i diritti di libera associazione e di libertà di stampa che il governo fascista aveva soppresso25
L'intervento del papa, tuttavia, pose termine ai rapporti che si erano andati instaurando tra popolari e socialisti così che i cattolici biellesi continuarono isolati la loro opposizione al fascismo. Sulla delicata questione dei rapporti con i socialisti intervenne anche don Giulio De Rossi del "Popolo" di Roma, il quale contestò ai popolari biellesi l'utilità e la convenienza di un accordo con il socialismo, poiché, se il fascismo fosse caduto, il Partito popolare ne avrebbe raccolto la successione con gli altri partiti dell'opposizione; ne scaturiva come logica conseguenza che anche ai socialisti sarebbero state aperte le porte del potere. Il Partito popolare avrebbe dovuto, al contrario, assumere una collocazione politica equidistante dal fascismo come dai socialisti che, in caso di caduta del fascismo, avrebbe evitato da un lato sicure campagne anticlericali e, nel contempo, avrebbe permesso ai popolari, data la loro posizione centrista ed equilibratrice, di raccogliere i consensi della massa degli italiani e di diventare il partito che avrebbe determinato le future scelte politiche della nazione26.

 http://www.storia900bivc.it/pagine/editoria/brera186.html

Dettagli del prodotto

Luogo di emissione
Biella
Anno di emissione
1924
Nazione di emissione
Regno d'Italia
Nome stampatore
I.G.D.A. Istituto Grafico De Agostini Novara
Indice di rarità
R7
Indice di quotazione
S4
scripofilia

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